SERMONE DEL 5 novembre 2017 – Daniele P.

(Matteo 8:23 ) – Gesù salì sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco si sollevò in mare una così gran burrasca, che la barca era coperta dalle onde; ma Gesù dormiva. E i suoi discepoli, avvicinatisi, lo svegliarono dicendo: «Signore, salvaci, siamo perduti!» Ed egli disse loro: «Perché avete paura, o gente di poca fede?» Allora, alzatosi, sgridò i venti e il mare, e si fece gran bonaccia. E quegli uomini si meravigliarono e dicevano: «Che uomo è mai questo che anche i venti e il mare gli ubbidiscono?» 

Giovanni 8:12Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

Se vi capita di andare a Roma e visitare la Cappella Sistina nella parte alta vedrete un piccolo affresco che raffigura Dio il quale all’atto della creazione con le braccia fa delle onde per separare la luce dalle tenebre. (Foto)

Si vedono queste onde che pian piano conquistano le tenebre. L’affresco del grande maestro si chiama appunto la separazione della luce dalle tenebre“.

Quasi come se Dio stesse danzando nel cielo affinché la luce si separasse dalle tenebre.

Che poi é un’esperienza costante, quotidiana che noi facciamo nella nostra vita di vedere separate la luce dalle tenebre.

Quelle tenebre che stanno sempre lì alla soglia della nostra porta perché vogliono invadere la nostra vita.

E allora sapere che Dio é Colui che costantemente, continuamente fa questo lavoro di separazione – sapere che noi possiamo affidarci a un Dio che opera per separare la luce dalle tenebre – ecco questo ci dà un grande sollievo.

 

Le nostre tempeste in un mondo ostile. (Foto)

Anche l’immagine della barca sul mare in burrasca è certamente un’immagine biblica molto semplice ed efficace nella quale è facile immedesimarci perché a ciascuno di noi sarà capitato di sentirsi come su un mare in burrasca, sballottati di qua e di là, con la paura di affondare da un momento all’altro.

Perciò l’immagine della barca sul mare in burrasca evoca le nostre tempeste, sia a livello sociale, sia a livello individuale.

Un mondo ingiusto: fame, oppressione, guerra, crisi economica.

Il mondo nel quale viviamo versa in cattive acque. Pensiamo alla povera gente dei Paesi dell’Africa e del Medio oriente che fugge dalla fame, dall’oppressione, dalla guerra.

Persone ammassate in condizioni disumane su barconi fatiscenti che attraversano il Mediterraneo per sbarcare a Lampedusa.

Pensiamo a quanti non ce l’hanno fatta e sono stati ingoiati dal mare. Quante vittime continuerà ancora a ingoiare il mare dell’ingiustizia umana..?

Le onde del male non risparmiano neanche noi. Le nostre stesse famiglie versano in cattive acque con la crisi economica, con le difficoltà ad andare tutti d’accordo, con i problemi di salute che non mancano mai.

Le onde del male non ci risparmiano quando subiamo dei torti o quando all’improvviso ci coglie un malessere, una malattia, un lutto, un incidente,…..

E, così, ci barcameniamo in questo mare in burrasca cercando di rimanere a galla. Ma a volte il vento contrario sembra più forte di noi e le onde sembrano sopraffarci.

In quei momenti anche noi abbiamo la netta sensazione che il Signore Gesù si sia addormentato e che abbia distolto il suo sguardo da noi.

Ed ecco che la paura, il panico e lo scoraggiamento prendono il sopravvento sulle nostre vite. Che cosa fare quando ormai ci sembra di dover colare a picco da un momento all’altro..?

Perché avete paura, o gente di poca fede?». Perché avete paura… perché abbiamo paura?

Noi abbiamo paura quando perdiamo il controllo della situazione: i discepoli cominciarono ad aver paura quando si resero conto che non riuscivano più a dominare la barca in mezzo a onde sempre più alte.

La paura, il panico, l’ansia, l’angoscia prendono il sopravvento su di noi quando ci rendiamo conto che non siamo più in grado di dirigere la barca della nostra vita perché i fattori esterni –le onde del male – sono più forti di noi.

Abbiamo paura di finire male perché ci accorgiamo di non essere i padroni della nostra vita.

Abbiamo paura di soccombere perché non sappiamo più come proteggerci dal male che si scaglia contro di noi.

Abbiamo paura di annegare perché ci sentiamo impotenti di fronte alle ondate burrascose che si scaraventano contro la barca della nostra vita. 

Le nostre paure di fronte ai problemi della vita sono la conseguenza diretta della nostra inclinazione umana a contare su noi stessi.

Quanto più ci illudiamo di avere tutto sotto controllo, tanto più ci esponiamo a essere preda del panico e della paura di far fronte ai minacciosi imprevisti della nostra vita.

Per vincere le nostre paure, dobbiamo prendere atto che  non siamo i padroni assoluti della nostra vita e che, purtroppo, non possiamo avere sempre tutto sotto controllo.

Dobbiamo accettare che non tutto dipende da noi, smettendo così d’illuderci di potercela fare da soli.

Dopodiché, anziché confidare in noi stessi, siamo chiamati a confidare nel nostro Signore, affidando a Lui le nostre preoccupazioni e i nostri timori, giorno per giorno, momento dopo momento, senza aspettare di arrivare con l’acqua alla gola prima di invocare il suo nome. 

 “Signore, salvaci, siamo perduti!”. E Gesù risponde:

«Perché avete paura, o gente di poca fede?».  Perché vi lasciate prendere dal panico..? La risposta à già espressa nella domanda: perché siete gente di poca fede.

Essere gente di poca fede non significa avere una fede difettosa in relazione al fatto che non abbiamo acquisito correttamente tutti i principi della sana dottrina.

Essere gente di poca fede non significa neanche non credere abbastanza intensamente in Dio; nel senso che poiché la nostra fede non é da noi vissuta con la giusta intensità, ne consegue che le nostre preghiere non arrivano a Dio.

Non dimentichiamo che Gesù disse ai suoi discepoli che basterebbe avere una fede piccola quanto un granello di senape per spostare le montagne (Mt 17:20). 

Ma, allora, che cosa voleva dire Gesù chiamando i suoi discepoli gente di poca fede..?

L’espressione di Gesù ha una connotazione relazionale: egli lamenta la scarsa fiducia che i suoi discepoli hanno in lui, malgrado abbiano già visto all’opera la sua potenza.

I discepoli avrebbero dovuto conservare la calma, sapendo che Gesù era sulla barca con loro.

Eppure, essi si lasciarono prendere dal panico perché, evidentemente, anziché affidarsi al loro Signore, continuarono a contare su se stessi.

I discepoli si illudevano di essere loro a mantenere in equilibrio la barca sulle acque agitate.

Quando si resero conto che non era affatto così ma che potevano affondare da un momento all’altro, si ricordano finalmente di invocare l’aiuto del loro Signore. 

Questo racconto vuole essere per noi un richiamo ad affidare la barca della nostra vita al Signore Gesù, affinché sia Lui a guidarla e a sostenerla sulle acque agitate che ci ritroviamo a dover attraversare:

Perciò non temiamo se le acque rumoreggiano, schiumano e si gonfiano”(Sal 46:2-3), perché il Signore ha il potere di calmare i venti e il mare.

Gesù, infatti, ascoltò le grida d’aiuto dei suoi discepoli e, alzatosi, sgridò i venti e il mare mettendoli subito a tacere.

A questo punto, il racconto si conclude con la meraviglia dei discepoli e con una domanda che rimane aperta: “Che uomo è mai questo che anche i venti e il mare gli ubbidiscono?”.

Oggi questa domanda è rivolta proprio a noi: “Che uomo è mai questo..?”.  Chi è Gesù per noi..?

In questo momento della mia vita chi è Gesù per me..?

È il mio compagno di navigazione sul mare burrascoso, a cui affido il timone della mia barca, o è colui che vado a svegliare solo quando sono con l’acqua alla gola..?

Chi è Gesù per me..? È colui nel quale ripongo costantemente la mia fiducia o è solo un arredo religioso sulla barca della mia vita..?

Ciascuno di noi è chiamato a rispondere personalmente a questa domanda.

Il Signore Gesù vuole prendere in mano il timone della nostra vita affinché sia Lui a guidarla verso il porto più sicuro.

Certo, le burrasche continueranno ad abbattersi contro di noi, ma, se ci affideremo al Signore, potremo attraversarle senza lasciarci prendere dal panico e senza lasciarci sopraffare dalla paura, perché sapremo di non essere soli, giacché al nostro fianco vi è colui che ha il potere di far tacere i venti e di far calmare i mari.

Affidiamoci a questo Dio che separa al punto da prendere dentro di se le tenebre dalla nostra vita.

Questo sarà il giorno della salvezza, quando Cristo sconfiggerà definitivamente ogni male e regnerà incontrastato su ogni cuore.

C’è un fatto in più: è che a un certo punto della storia del mondo le tenebre sono state così forti che non bastava più separare le luci dalle tenebre – non era più sufficiente.

Dio ha capito che era necessario entrare dentro le tenebre, mischiarsi con la paura, con le burrasche, con il mare in tempesta per poter vincere.

E dov’è che Dio si mischia a tal punto con la  nostra vita che sembra quasi che possa essere sconfitto e invece é Colui che vince.

Dove, se non sulla croce. Ricordate che quando Gesù morì le tenebre coprirono il mondo sembrava che le tenebre avessero il sopravvento sul mondo e invece proprio il fatto che Dio si fosse mischiato con le tenebre.

C’è un quadro di Goya che é molto bello dove si vede il Gesù nei Getsemani e si vede la luce e le tenebre mischiate.

Non più separate. Proprio il fatto che Cristo, Dio che mischia Cristo con le tenebre diventa la vittoria di Dio contro le tenebre.

Perciò, quando la tempesta e le tenebre tornano ad avanzare contro di noi, non ripieghiamoci su noi stessi.

 

 

Ma alziamo gli occhi verso il Signore, invocando il suo aiuto, il suo sostegno e la sua forza, nella grande speranza che un giorno ogni burrasca avrà fine perché il mare, simbolo di minaccia e di distruzione, non ci sarà più

(Ap 21:1).

E adesso voglio lasciarvi con cinque indicazioni molto semplici che possiamo mettere in pratica durante i giorni feriali.

Una domanda: quanti sensi abbiamo ?

Varie risposte dai presenti.

Sono cinque: la vista, l’udito, il tatto, il gusto, l’olfatto.

Per seguire Gesù che é la luce del mondo – non bisogna fare cose speciali – occorre adoperare i cinque sensi che abbiamo !

Se Dio – in Cristo – si é fatto come noi – si é incarnato –vuol dire che questa carne un poco di dignità c’è l’ha. Allora usiamola per servire Iddio !

 

Cominciamo a usare la vista – vi ricordate quando Gesù fu arrestato dalle guardie e Pietro ? Ci dicono gli evangelisti che “Pietro lo seguiva da lontano“.

Si potrebbe dire che lo sguardo , la vista di Pietro era messa in sicurezza; é il tipico sguardo del cristiano: che pensa di potere volgere il suo sguardo verso Gesù in sicurezza, quando vuole.

Questo atto del guardare Gesù é una cosa fondamentale: si gioca tutta lì la nostra fede.

Dio volge il suo sguardo verso di noi– noi volgiamo il nostro sguardo verso Dio.

Però che cosa fa Pietro inventa una strategia che poi sarà un patrimonio del cristianesimo cioè quello di rivolgere lo sguardo – ma da un punto di sicurezza. Sta lontano per non correre rischi.

Ecco mettiamo in chiaro una cosa: non é possibile essere dei discepoli e delle discepole di Gesù Cristo da lontano.

Si può soltanto essere intimi e vicini. O lo sguardo della nostra anima é intimo e vicino o è falso. Non ci sono alternative.

E Pietro si mette da lontano – non vuole esporsi – però che cosa succede che –in realtà si espone ancora di più – infatti alcuni dei presenti gli dicono “ma tu non sei quello che …. ” .

Quindi lui cerca di ripararsi, di proteggersi, ma si espone allo sguardo – alla vista – degli altri.

Lui voleva stare in sicurezza e invece corre ugualmente un rischio: non c’è nessuna sicurezza nel guardare a Dio da lontano: dobbiamo fissare lo sguardo da vicino.

E c’è questa bellissima cosa che mentre succedeva tutto questo Gesù volge lo sguardo verso Pietro.

E si usa questo termine greco che si potrebbe tradurre con “conversione”, cioè Gesù si “converte”, fa una “torsione” – perché la “conversione” é una “torsione“, é una Inversione di marcia.

Gesù compie un’inversione di marcia verso questo sguardo “in sicurezza” di Pietro –compie questa inversione e in questa inversione prende contatto intimo con gli occhi di Pietro e Pietro capisce.

Il primo senso che noi dobbiamo adoperare é lo sguardo:

In tutti i momenti della nostra esistenza quando la paura attanaglia la nostra vita e ci sembra che siamo sommersi dalle acque e immersi nelle tenebre, gli occhi della nostra anima devono avere un contatto ravvicinato con il nostro Signore.

Nessuno [deve] può guardare Dio da lontano e da un luogo di sicurezza.

Il secondo senso é l’udito.

Vi ricordate di Bartimeo che partiva con un handicap, uno svantaggio essendo cieco.

Quindi aveva difficoltà a sintonizzare lo sguardo con il Maestro. Ma sviluppa l’altro senso: l’udito.

Bartimeo fu capace nel caos tipico di un villaggio meridionale come i nostri – perché quando arrivava questo Gesù c’era un baccano enorme fra gli entusiasti e gli oppositori – a sentire – in quel caos – l’arrivo di Gesù.

Mi sono chiesto che udito ha sviluppato quest’uomo perché possa sentire – in mezzo al rumore di tutti i giorni – l’arrivo di Gesù.

E dico ma non dovremmo noi diventare come Bartimeo e riuscire nel caos quotidiano – soffocato dai rumori quotidiani – riuscire a intuire l’arrivo di Gesù.

Sapere che la sua parola sta arrivando e che quella parola é una possibilità che mi é rivolta – é la possibilità della mia vita.

Bartimeo riconosce in mezzo al rumore l’arrivo di Gesù. Che cosa dice questa parola secondo voi. Quando noi diciamo “bisogna udire la Parola di Dio ” che cosa dice la Parola di Dio.

Fa dei discorsi, fa delle riflessioni, filosofia, pensieri difficili ? No.

La Parola di Dio non significa altro che “sentirsi chiamati“. E sentirsi chiamati significa sentire il mio nome. Il mio e il tuo.

Cioè Bartimeo in realtà sente con l’arrivo di Gesù di essere lui chiamato da questo arrivo.

Sente il suo nome. Udire la Parola di Dio significa sentirsi chiamati tutti i giorni dal Signore.

Vi ricordate il passo del vangelo di Giovanni dove Gesù dice “il buon pastore conosce le sue pecore, le pecore conoscono il pastore e le chiama per nome: una ad una”.

Non dobbiamo sentire dei discorsi su Dio: dobbiamo udire il nostro nome.

Quello sguardo intimo rivolto a Dio si accompagna con l’udire il mio nome. Dio chiama me, chiama te.

Il terzo senso é il tatto:

Quando Maria Maddalena arriva alla tomba la trova vuota, poi incontra il maestro e poi cosa vuole fare ? Vuole toccarlo.

E Gesù dice “noli me tangere” –non mi toccare. Cosa vuol dire, perché non lo deve toccare; qual é la ragione per cui non deve toccarlo.

Lo ha toccato fino a poco prima e lo ha toccato. Perché adesso non deve toccare.

É incredibile che Cristo fa un po’ come Dio quando crea il modo: dopo la risurrezione Cristo si ritrae si mette da parte toglie l’attenzione da se e dice adesso é il tuo tempo tocca gli altri – non toccare me tocca gli altri – non lasciare la tua concentrazione su di me impegnati a raggiungere gli altri coloro che hanno bisogno.

E il tatto che era stato fondamentale tra Cristo e i suoi discepoli adesso si trasferisce verso gli altri, verso di noi quest’oggi.

Quindi il senso di toccare ci porta a toccare gli altri coloro che ci circondano che hanno bisogno di una nostra parola un nostro tocco che possa incoraggiarli.

Come abbiamo fatto quest’oggi nel salutarci, nel darci il benvenuto, tra poco nel condividere la cena insieme: é stato e sarà molto bello tutto questo contatto.

(… ) noi siamo chiamati a quel contatto verso gli esclusi .. siamo chiamati a rintracciare le persone che hanno bisogno di abbraccio, che hanno bisogno di accoglienza.

Il quarto senso é quello che viene spesso dimenticato: il gusto.

Mi consta doverlo dire, da quanto tempo la nostra comunità non fa un agape fraterna? Uno dei momenti più importanti della vita comunitaria e anche quello dove si condivide un pasto tutti insieme non solo per alcuni. Viene dimenticata. 

Il gusto gioca un ruolo fondamentale. Tanto fondamentale che il Regno di Dio é stato paragonato a un banchetto – una grande messe .

Sappiamo che a tavola si stabiliscono i rapporti di amicizia e di parentela.

Qualcuno afferma che ” a tavola si dicono le cose che contano” – a tavola é il momento della più estrema intimità. …

“ECCO QUANT’È BUONO E PIACEVOLE CHE I FRATELLI DIMORINO INSIEME”

AMEN

Chiesa Evangelica Battista Torino via Elvo

Chiesa Evangelica Battista di Torino via Elvo, gruppo UCEBI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *